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Ri-costruire ai tempi della crisi

In architettura e ingegneria on 31 Dicembre 2008 at 11:38 am

Ha senso parlare di Architettura in tempi di crisi economica? Ha senso in generale parlare di Architettura nell’Italia del 2008-2009?

Oggi come oggi abbiamo circa 200 milioni di alloggi in Italia, praticamente ognuno di noi ha in media più di tre case. E’ evidente che è una media, ci sarà sempre chi ne ha dodici e chi niente, ma la sproporzione resta comunque alta ed è evidente come la priorità nei prossimi anni ben difficilmente possa essere quella di costruire di più. Magari sarebbe opportuno aggiustare il tiro e dire che bisogna costruire meglio.

Ecco dunque che il verbo dei prossimi anni, anziché costruire, potrebbe essere ri-costruire o più semplicemente ristrutturare. Lasciando un segno, come ogni generazione ha fatto prima della nostra.

Nell’antica Atene, una volta raggiunta l’età adulta, ogni cittadino faceva giuramento di fare del proprio meglio per lasciare la città più bella di come l’avesse trovata alla sua nascita. Quanti oggi si sentirebbero di onorare un giuramento simile?

Cosa si intende allora per “costruire meglio”? E “cosa” si dovrebbe costruire? Da sempre lo sviluppo delle arti e dell’architettura in particolar modo è andato di pari passo con i mutamenti economici. Che oggi il mondo sia di fronte all’imminente collasso di un sistema economico e alla necessità di un nuovo “New Deal” è abbastanza chiaro a tutti. Il senso stesso dell’elezione di Obama in America sembra essere proprio questo. Quale architettura uscirà da questo nuovo ordine economico?

Da un decennio si parla di sviluppo sostenibile, un bel modo per definire un modo di costruire che tuttavia è ancora ben lontano dal divenire realtà, specialmente nelle nostre terre. Si parla anche di domotica, che non significa moltiplicare il numero dei telecomandi, ma ottimizzare e migliorare il modo di vivere la casa.

Non tutto è però da buttare e le esperienze di Bolzano (CasaClima) nonché dei sedici comuni riuniti oggi nell’associazione dei Comuni Virtuosi fanno ben sperare per il futuro. Un futuro in cui si torni presto anche a parlare di Architettura e si dimentichi quell’edilizia finalizzata esclusivamente alla massima cubatura (e dunque al massimo guadagno) possibile, ma che oggi ha portato sostanzialmente a bloccare il mercato immobiliare costringendo progettisti e imprese a un periodo di vacche magrissime.

Senza contare il disagio di chi poi deve abitare in quegli alloggi…

Serve dunque ripartire, ma su basi nuove, cercando di costruire (o ri-costruire) edifici a basso consumo, capaci di produrre energia anziché solo consumarla, dotati di quegli accorgimenti semplici (spessore di muri e solai, orientazione, scelta degli infissi ecc…) che possono concretamente aumentare il comfort per chi le abita.

Sarà dunque compito dei tecnici spingere in questa direzione e sarà dovere dei politici creare le condizioni per un futuro davvero sostenibile.

Pubblicato sul Fendente (edizione cartacea) del Dicembre 2008

INCONTRI: Gaspare De Fiore

In architettura e ingegneria on 22 Maggio 2008 at 1:02 pm

La vita è fatta di mille scelte, spesso indirizzate da incontri. In altre occasioni le scelte maturano in seguito a una serie di eventi, esperienze, sogni e qualche delusione. Poi arriva quel giorno, quello in cui capisci cosa vuoi fare “da grande” e perché. Ormai da tempo, dopo anni di nozioni e teoremi da mandare a memoria e sui quali cercare difficilmente di articolare due parole da dire negli orali, capivo che forse stavo sbagliando strada.

C’ero vicino, per carità, ma non era quella giusta. Va bene l’ingegneria, il calcolo, la precisione…ma tutti questi STRUMENTI avevano bisogno di essere indirizzati. Il calcolo fine a sé stesso serve solo ai matematici, non agli ingegneri, ancor meno ai progettisti di architetture. Il tutto deve essere indirizzato a un fine creativo, l’unico capace di giustificare tanto studio.

In fondo sapevo che, prima o poi, sarei arrivato a questa conclusione: l’Architettura.

Già, ma quale architettura? Progettare non significa banalmente conoscere tutti i rudimenti del disegno, essere grafici bravissimi o cose del genere. Non mi accontenterei mai di ripetere, anche con infallibile perfezione tecnica, cose già fatte da altri. Sarebbe “manierismo” nell’epoca in cui, specialmente in questo settore, la creatività è l’elemento centrale. Una creatività spesso “pubblicitaria”, utile a far conoscere il nome di un artista, ma forse non sempre ideale per chi deve vivere quei luoghi.

Non è l’Architettura-spettacolo di Gehry o Hadid (che pure ammiro profondamente) a interessarmi prevalentemente, ma un’architettura vicina alle esigenze della gente, senza retorica, una sorta di “Architettura Sociale”. Chi progettò il quartiere Pilastro a Bologna o altre opere di quell’epoca per molti versi sciagurata che furono gli anni ‘50-’60, pensava a ripetere gli stilemi di qualche Grande oppure pensava a coloro che avrebbero abitato quel “virgolone”?

595_393_veduta aerea pilastroil quartiere Pilastro di Bologna, anni ‘60 (da www.acerbologna.it)

Lo so, scrivo di rado ultimamente, ma sono sempre lo stesso…quando inizio divago e starei ore a gettare sul foglio elettronico le mie idee, i miei pensieri. Ma anche questo è Architettura, in un certo senso. Posso anche ignorare come si disegnano le foglie di acanto nelle colonne corinzie, ma non posso non sapere come dare confort e serenità a chi abiterà una casa progettata da me. Se non metto nei miei progetti i miei pensieri faccio solo un misero lavoro “conto terzi”, senz’anima né valore.

Per un’architettura “sociale”

In architettura e ingegneria on 22 Maggio 2008 at 1:01 pm

Avvertire il ruolo etico della progettazione è forse la sfida più importante che un giovane allievo di ingegneria e/o architettura deve affrontare. Le recenti evoluzioni degli strumenti grafici, che sempre più spesso influenzano in maniera tangibile l’esito stesso della progettazione, non devono distrarre dal fine principale che ognuno deve porsi, ovvero il miglioramento della vita.

E’ il valore sociale dell’architettura e della programmazione urbanistica a porsi oggi più che mai come vincolo imprescindibile. Ogni azione progettuale ha un suo autore ben definito, delle finalità, una committenza, ma soprattutto un’utenza finale.

Le ragioni economiche della committenza sono spesso le uniche ad essere ascoltate visto che chi paga, alla fine, ha sempre ragione. Tuttavia una programmazione che tenesse in conto solo le esigenze della committenza certamente saprebbe muovere ingenti capitali e arruolare forza-lavoro, ma non necessariamente farebbe seguire al profitto economico un adeguato progresso sociale.

Qualche giorno fa parlavo di eco-mostri come ad esempio il quartiere Pilastro di Bologna. Colate di calcestruzzo che hanno arricchito qualcuno, devastando però l’ambiente. Pensando alla nostra Città, come dimenticare la ferita arrecata alla sua storia millenaria quando negli anni ’60 si decise la costruzione dell’Autostazione? Avevo delle cartoline, che spero di recuperare, in cui si vedevano nitidamente la bellezza della cannoniera del Buontalenti e lo splendore delle Mura storiche, la fontanella vicino a Porta Fiorentina e tante aiuole fiorite. Un patrimonio irrimediabilmente perduto, perché anche abbattere ora l’Autostazione comunque non restituirebbe alla Città l’antica bellezza. Certe ferite non si rimarginano e corrompono per sempre l’ambiente, intendendo per “ambiente” tutte quelle condizioni naturali, tipologiche, logistiche, storiche, ma soprattutto sociali di un luogo.

La storia ci insegna che può esserci vita sociale anche in luoghi estremamente disagiati, mentre non è detto che in luoghi “ideali” possa svilupparsi vitalità.

Sta al progettista in maniera preminente l’analisi del contesto. Progettare senza conoscere il luogo, le persone, ma soprattutto la storia rischia di produrre disastri. Il progettista non deve essere un filosofo, ma semmai un antropologo. Le città “ideali” come Brasilia sono frutto della filosofia, ma poi sono persone normali a doverle abitare.

Compito di un progettista oggi deve dunque essere prima di tutto saper conoscere il luogo in cui realizzare la propria opera, rifuggendo dalle tentazioni fortissime della modularità e del facile guadagno che le moderne tecnologie favoriscono ulteriormente.

 

Da “ilBorgo” di lunedì 5 novembre 2007